La Storia

Il toponimo “Grotti” è di evidente interpretazione, La morfologia del terreno e la particolare tipologia abitativa, caratterizzata da numerose grotte naturali, giustificano tale geotoponimo.

Nel territorio sono state trovate vestigia romane. Nella chiesa parrocchiale di S.Pietro è stata rinvenuta un’ iscrizione funeraria di epoca imperiale, tale reperto è attualmente conservato nel museo civico di Spoleto. Nel 1989 durante l’esecuzione di lavori per la captazione delle acque della sorgente di Fonte Canale, è venuta alla luce una grotta. Nei pressi di questa grotta-sorgente sono stati trovati, reperti fittili e monete di epoca romana. La presenza di queste microtestimonianze archeologiche nell’area a valle dell’abitato di Grotti rende plausibile l’ipotesi dell’esistenza in epoca romana tardo-imperiale di un piccolo insediamento preesistente al castello medievale, sorto più a monte in epoca successiva.

Il castello di Grotti, è sorto in età longobarda. Presso il fosso delle Scentelle, si ergeva Rocca Elsa (o castello d’Elsa); sulla sommità di questo colle emergono ancora resti di antiche muraglie. Intorno a questa Rocca aleggia un antica leggenda: secondo una tradizione orale locale sarebbe nascosto nella grotta un tesoro costituito da una chioccia con 12 pulcini d’oro. Tale leggenda ha origine longobarde.

Del castello di Grotti restano oggi soltanto ruderi: vestigia di mura castellane con feritoie, un torrione ed un imponente fortilizio costruito sulla sommità di una precipite balza rocciosa, a guardia della strada nursina e della Valle di Narco. L’origine dell’odierno borgo rurale risale al XVI secolo.

Nel 1241 Grotti viene assogiettato alla giurisdizione politico-amministrativa di Spoleto e con la fine del periodo ducale acquisisce lo status di comune dotato di un propio ordinamento giuridico nell’ambito del distretto di Spoleto e dello Stato Pontificio. Il suo statuto comunale, conservato attualmente nella Biblioteca Vaticana, risale al 1566.

Il 31 marzo 1522 i romani Mario Orsini e Galeazzo Farnese ed il perugino Malatesta Baglioni, per difesa di loro interessi di potere, dichiarano guerra a Siena e Firenze chiedendo aiuto alle città alleate. Spoleto recluta un contingente di 1000 fanti. I soldati della Vallinarca, giunti nei pressi di Giano (ai confini del territorio di Spoleto), decidono contro la volontà dei commissari spoletini di tornare indietro coi loro vessilli. Appellandosi agli statuti e ai patti stipulati con Spoleto, si rifiutano di andare a combattere in Toscana per una causa che esula dai loro interessi. E’ l’inizio di una rivolta armata estesa a molti castelli del territorio di Spoleto. Spoleto reagisce duramente minacciando la devastazione di case e campi dei ribelli. Le devastazioni esasperano gli animi e incitano alla rivolta “i naricoli” e gli abitanti delle altre terre del territorio di Spoleto, che a sua volta invia un esercito in Valnerina per domare la rivolta. Il primo scontro avviene a Grotti, avamposto della Valdinarco vigilato dai ribelli che alla fine riconoscendosi inferiori di forze si ritirano. 4 naricoli, fra i quali un “Sabbatuccio di Grotti” vengono messi al bando come “ribelli e traditori del comune di Spoleto” e condannati alla confisca dei beni. Attiegiamenti di rivolta si alternano con atti formali di sottomissione a Spoleto. Il 25 agosto 1522 Galizio Fiorani e Pierdomenico “De Pierangelo”, procuratori del comune di Grotti, si presentano al Consiglio Generale di Spoleto seguendo l’esempio di altri comuni limitrofi. La ribellione è temporaneamente domata, contribuisce alla tregua il propagarsi nell’estate del 1522 di una nuova epidemia di peste. Nel novembre del 1523 l’elezione del papa Clemente VII, nipote di Lorenzo dei Medici e amico dei Colonna (alleati dei ribelli) pone fine alle ostilità, ristabilendo pacifici rapporti fra i comuni della Valdinarco e Spoleto.

Il XVIII secolo è caratterizzato dal declino dei castelli-comuni per varie cause. Terremoti, passaggi di eserciti stranieri, guerre, invasioni, carestie caratterizzano negativamente la storia del territorio di Spoleto nel 700, che segna l’inizio del declino demografico ed economico dei castelli-comuni medievali. Il terremoto del 1703 è stato forse il più disastroso nella storia sismica del territorio di Spoleto e della Valnerina. Indubbiamente esso ha causato anche a Grotti numerose vittime sia immediatamente che successivamente. La relazione pastorale del vescovo Lascaris del 1712 documenta attendibilmente un fortissimo calo della popolazione grottigiana in tale periodo.

La rivoluzione francese del 1789 investe anche gli Stati italiani sconvolgendo l’antico regime e creando nuovi ordinamenti politici e amministrativi. Nel febbraio 1798 Spoleto viene occupata dalle truppe della Francia rivoluzionaria. Dopo l’instaurazione della Repubblica Romana d’inspirazione giacobina, Spoleto diviene capoluogo del “Dipartimento del Clitunno” diviso in 17 “Cantoni”. I comuni della Valdinarco, vengono aggregati al “Canton rurale” di Spoleto, Sante Sabatini è designato come rappresentante delle comunità di Grotti, Geppa, Piedipaterno e Vallo nell’amministrazione cantonale con sede a S.Giacomo di Spoleto.

Nel 1809 l’Umbria diviene parte integrante dell’impero napoleonico ed assume la denominazione di Dipartimento del Trasimeno di cui Spoleto è designata capoluogo. Dal 1809 al 1814 il comune di Grotti fa parte nuovamente del cantone rurale di Spoleto. Il 6 luglio del 1816 viene emanato un editto pontificio che modifica l’assetto amministrativo dello Stato della Chiesa. Viene ridotta l’autonomia dei piccoli comuni, per effetto di tale ridimensionamento Grotti e Castel San Felice (in tutto 160 abitanti) formano un comune appodiato di Spoleto, sede di una Delegazione Pontificia.

Il 17 settembre 1860 le truppe di Vittorio Emanuele II assaltano la Rocca ponendo fine al potere temporale della Chiesa, Spoleto e il suo territorio entrano a far parte del Regno d’Italia. Il 15 novembre 1860 viene istituita la “Provincia dell’Umbria”con capoluogo a Perugia, Spoleto viene declassata a capoluogo di circondario e sede di sottoprefettura e Grotti fa parte del circondario spoletino. Il nuovo Stato unitario ha una politica centralizzatrice tendente alla soppressione dei piccoli comuni con meno di 1.500 abitanti. Il comune di Castel San Felice-Grotti viene aggregato al comune di S.Anatolia di Narco (insieme ai comuni di Caso e Gavelli).

In epoca medievale il territorio di Grotti era percorso dai seguenti itinerari. Nel 1856 viene innaugurata la “Strada carrabile di Norcia” che segue in parte il tracciato dell’antica strada “romana”. L’apertura di questa strada apporta vantaggi economici alla comunità di Grotti e viene istituito un servizio di diligenze (carrozze trainate da cavalli) per il trasporto di viaggiatori e bagagli fra Norcia e Spoleto. Fino ai primi decenni del 900 risultavano aperte a Grotti lungo la strada “romana” due osterie ubicate all’entrata e all’uscita del centro abitato. Quest’ultima era una “Posta”, ossia un luogo di sosta al tempo delle diligenze. Il 12 ottobre 1902 viene innaugurato il primo servizio pubblico di automobili a vapore di produzione francese (pirobus).

Nel 1909 i “pirobus” furono sostituiti con autoveicoli a benzina ma in considerazione della lentezza e dei costi sorge l’idea di realizzare una strada ferrata per collegare Spoleto e Norcia. Tale ferrovia di tipo svizzero viene inaugurata nel 1926.

Le condizioni di povertà in cui vive la maggior parte della popolazione rurale fra l’800 e il 900, spinge molti ad emigrare verso paesi più ricchi in cerca di fortuna. La maggior parte dei grottigiani emigrati negli Stati Uniti si stabilisce nella città di Trenton ( New Jersey).

Fino alla seconda guerra mondiale le condizioni di vita non erano affatto facili nelle campagne, soprattutto dopo la grave crisi economica del 1929. La terra veniva arata con aratri di legno trainati da buoi come venti secoli prima, gli indumenti erano essenziali e talvolta rattoppati, i neonati avvolti in fascie come piccole mummie, la biancheria veniva lavata con la liscivia fatta con acqua bollente e cenere (la cenere era il detersivo prodotto in casa), il sapone veniva fatto col grasso di maiale e le donne di Grotti andavano al lavatoio (alle fonti del paese) col capistèo (capistìu) sulla testa carico di biancheria da lavare. Durante l’inverno per riscaldare i letti si usava uno scaldino con della brace collocato all’interno di un trabiccolo chiamato “prete”. Come ricostituente si usava l’olio di merluzzo (molti ragazzi erano carenti di vitamine e avevano geloni alle mani), si andava a letto presto per risparmiare le candele o il carburo delle lampade ad aclitene. Nel paese fino agli anni 40 esistevano due o tre apparecchi radio, di cui uno in dotazione alla scuola e alcune abitazioni fino all’ultima guerra erano prive di illuminazione. La famiglia era di tipo patriarcale e solitamente numerosa con almeno 8-10 persone. Il massimo livello di istruzione conseguito dalla quasi totalità dei ragazzi di Grotti era costituito dalla 3° elementare, spesso gli scolari erano assenti per andare a lavorare nei campi. Chi voleva proseguire gli studi fino alla 5° (erano pochi ed era privilegio dei maschi) doveva recarsi a piedi a S.Anatolia e i più fortunati andavano a Spoleto. A scuola in prima elementare i bambini imparavano a fare le aste, i cerchi e le caselle per imparare a leggere e scrivere. Gli scolari indisciplinati venivano messi in ginocchio dietro la lavagna o ricevevano bacchettate sulle mani. I programmi scolastici per le fanciulle prevedevano l’apprendimento di lavori donneschi o manuali. I guanti di lana lasciavano scoperte le estremità delle dita per consentire agli scolari infreddoliti di poter impugnare la penna scrivere. Durante il ventennio fascista gli scolari sin dai sei anni facevano parte della Gioventù Italiana del Littorio (G.I.L.) col nome di “Figli della Lupa”, a 8 divenivano “Balilla” e a 14 “Avanguardisti”; le fanciulle erano “Piccole Italiane” da 8 a 14 anni, poi “Giovani Italiane” fino ai 18. Erano prescritte apposite uniformi che venivano indossate nelle manifestazioni ufficiali del regime e veniva impartita a fanciulli e adolescenti un’istruzione premilitare. Tradizioni di particolare solennità erano la Festa dell’Uva e la Festa degli Alberi”. I doni della Befana consistevano in “mosciarelle” (castagne secche), aranci (detti “portogalli”) e fichi secchi, per i più fortunati anche cioccolatini. I ragazzi si costruivano in casa i loro giocattoli: “Lu carrittu” (fatto con un ronchetto di legno vuoto e dentellato, un elastico e un bastone), “lu trillu” (piccola trottola rudimentale ricavata da una bobina di legno), “la carriola”, Lu cerchiu, lu schiuppittu (fatto con una canna e un rametto flessibile), la mazzafionca (la fionda), la ventarola (elica di legno fissata ad un bastoncino), lu frullu 8fatto con unn grosso bullone e un filo resistente). I giochi dei erano svariati, si giocava a “sardacavallina”, a “priancola” (altalena), nel periodo pasquale a “Foriverde” (con ramoscelli di bosso e relative penitenze), a “sassittu” e a “Scuppittu” (o battimuro) con monete di rame o nichel, a “cuturilluzzo” o a “cioccietta” con uova lessate e colorate (con fuligine e pezzi di stoffa di vario colore) e “schiaffuttu. Le ragazze escluse dalla maggior parte dei giochi maschili giocavano a “tingolo”, a nascondino, o con le loro “pupette” (bambole di pezze e zeppi fatti in casa). I ragazzi più grandi giocavano sulla strada romana a bocce o a ruzzolone 8con ruzzole di legno o di formaggio nelel competizioni più importanti). Gli adulti praticavano la morra soprattutto nei giorni festivi divisi in due squadre da 4. Nel paese durante il passaggio di greggi che facevano una sosta notturna, qualche grottigiano intrapendente si procacciava ricotta e formaggio fresco e qualche agnelletto veniva sottratto dai più audaci durante il transito delle greggi nella strada romana. Durante il periodo pasquale quando le campane della chiesa parrocchiale erano “legate” per chiamare i fedeli alle celebrazioni eucaristiche venivano utilizzate le “battice” spesso accomopagnate da “raganelle” e veniva cantata la “Pasquarella” di casa in casa. Le “Serenate” erano un rito tradizionale di corteggiamento tra i giovani del paese, le “scampanate” e le “ennerate” erano un modo comico e burlesco di rappresentare avvenimento di rilievo del paese, generalmente a scopo amoroso o boccaciesco, mentre le “satire” erano l’espressione rimata e derisoria di eventi singolari. Fra i maggiori “poeti” satirici grottigiani di questo secolo meritano di essere ricordati, fra gli altri, Celeste Scartocci e Pietro Benedetti.

Anche durante questa guerra Grotti e altri borghi della valnerina danno il loro tributo di sangue. Il cibo viene razionato, c’è apprensione per i giovani partiti per la guerra. Alcuni di loro non faranno più ritorno come Serafino Ceccarelli, morto il 21 novembre del 1944 durante la prigionia in serbia (dove le sue spoglie sono sepolte) a seguito delle ferite riportate dopo un bombardamento aereo. Nel 1943-44 molti sfollati si rifugiano nelle campagne dove per altro ci sono maggiori possibilità di procacciarsi il cibo e molti si rifugiano a Grotti. Dopo l’armistizio alcuni militari grottigiani tornano in paese dopo indicibili peripezie, il ritorno dai campi di prigionia avverrà dopo la fine della guerra. I giovani grottigiani chiamati alla armi dal governo della R.S.I. pur senza a derire a gruppi partigiani, rifiutano l’arruolamento e dandosi alle macchie per sottrarsi a rastrellamenti, deportazioni e fucilazioni. Il 3 aprile 1944 otto giovani fuggiaschi e renitenti viengono catturati e fucilati da un reparto militare tedesco nei pressi della Romita di Piedipaterno. Colomba Flavoni viene fatalmente uccisa durante uno scontro a fuoco fra ribelli e tedeschi. Il 26 novembre dello stesso anno i carabinieri della caserma di S.Anatolia vengono disarmati da un reparto partigiano che si impossessa di armi e munizioni; successivamente bengono distrutti documenti amministrativi, in tale periodo il grottigiano Antonio Valentini era podestà del comune di S.Anatolia. Le azioni di guerriglia partigiane espongono le popolazioni locali, sospettate di connivenza con i ribelli alle rappresaglie tedesche e delle “Brigate Nere”. Don Vittorio Giustini, parroco di Grotti dal 1939 al 1949 riesce a sottrarsi alla cattura spostandosi continuamente da un monte all’altro in grotte, boscaglie e rifugi inaccessibili. Le ultime apprensioni si hanno nel giugno del 44 durante la ritirata tedesca. Molti grottigiani sono costretti ad abbandonare le loro case rifugiandosi nelle montagne cercando di salvare la prorpia vita e i prorpi beni cercando di nascondere tutto quello che può essere depredato. Gli ultimi militari tedeschi in ritirata (i “guastatori”) cosstringono un gruppo di uomini ed un diciassettenne di Grotti a scavare buche nei pressi della chiesa della Madonna delle Scentelle per minare e interrompere la strada rotabile. Nel giugno del 1944 subito dopo la partenza degli ultimi militari tedeschi a Grotti viene ucciso nei pressi della sua abitazione Ferdinando Antonelli, già detenuto per qualche giorno dai partigiani di Gavelli, presumibilmente a causa di atteggiamenti filo-fascisti da alcuni ribelli spoletini e narcani. Nel giugno del 1944 arrivano a Grotti i primi militari inglesi.

Dopo la ricostruzione, negli anni 50 e 60 inizia una grande fase di cambiamenti caratterizzata da un rapido processo di industrializzazione e dal superamento dell’economia agricolo-pastorale. Ciò accentua il declini dei paesi montani come Grotti favorendone il progressivo spopolamento. Infatti negli anni 50 i giovani si trasferiscono verso i centri urbani, soprattutto Spoleto e Roma, in cerca di maggiori opportunità di lavoro e migliori condizioni di vita. Diventa rilevante l’emigrazione verso l’Italia del nord o verso alcuni paesi europei (Francia, Svizzera, Germania). A Grotti restano pochi abitanti, in prevalenza anziani come avviene in altre paesi montani. Molte abitazioni del paese sono state acquistate da “forestieri” e i paesi della Valdinarco si stanno trasformando da paesi d’Emigrazione a paesi d’Immigrazione anche straniera.

 Si ringrazia Ubaldo Santi per aver reso possibile la stesura della storia del paese su questo sito, tratta dal suo libro: “Grotti e la sua storia”

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